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False fatture e Iva evasa per 20 milioni: così venivano rifornite le pompe bianche a Nordest.

A scoprire la frode la compagnia della Guardia di Finanza a seguito di controlli su compravendita di carburanti. Alla fine i militari hanno conteggiato fatture false per 113 milioni di euro. Triangolazione di società con l’Est Europa per “risparmiare” fino a 700 euro per ciascuna autocisterna. Dieci indagati

VENEZIA. Maxi frode nel commercio di carburanti, evasi 23 milioni di euro, calcolati 20 milioni di Iva non versata e scovati 25 milioni di proventi illeciti. È tutto questo sfruttando il circuito delle cosiddette “pompe bianche”. Ma per la Guardia di Finanza è solo la punta di un icerberg di un sistema che sta creando danni milionari non solo all’Erario ma pure alla rete tradizionale di rifornimento stradale.

A scoprire la frode la compagnia della Guardia di Finanza di San Donà di Piave a seguito di controlli su compravendita di carburanti. Alla fine i militari hanno conteggiato fatture false per 113 milioni di euro. Denunciate dieci persone per emissione e l’utilizzo di fatture per operazioni inesistenti, omessa presentazione delle dichiarazioni fiscali dei redditi e dell’Iva, presentazione di dichiarazioni fiscali infedeli, omesso versamento dell’Iva dovuta, sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte e occultamento di scritture contabili finalizzato ad impedire la ricostruzione della movimentazione dei prodotti petroliferi commercializzati. L’indagine è stata coordinata dal pm Daniela Moroni.

Il meccanismo studiato serviva ad immettere sul circuito delle “pompe bianche” sfruttando il libero mercato benzina e gasolio da autotrazione a prezzi a dir poco concorrenziali. E questo era possibile grazie all’evasione dell’Iva, ottenuta mediante la predisposizione di false operazioni di compravendita del prodotto tra società di comodo, le cosiddette “cartiere”, prima del raggiungimento della destinazione finale del prodotto. Il carburante veniva acquistato in raffinerie che si trovano in Slovenia, Croazia e Polonia. A farlo varie società sia intestate a imprenditori italiani, tra cui uno di San Donà di Piave, ma anche ad albanesi. Questi ultimi erano teste d’uovo. Benzina e gasolio giungevano in Italia con autocisterne che ne trasportavano trentamila litri ciascuna. Al benzinaio o al grossista veniva fatta regolare fattura dalle varie società legate tra loro e spesso intestate a stranieri.

L’acquirente pagava i 30 mila litri mediamente 700 euro in meno rispetto al prezzo fatto da altri fornitori. Non c’era storia quindi, quando poi si stabiliva il prezzo al distributore. I titolari delle pompe non hanno commesso alcun reato. Contrariamente bisognerebbe dimostrare che sapevano degli illeciti alla base di quel prezzo.Tortuoso il giro dei documenti che permetteva di evadere l’Iva. In un primo filone d’indagine i finanzieri hanno individuato 5 società cosiddette cartiere collocate in diverse regioni italiane il cui compito era quello di farsi carico dell’Iva derivante dagli acquisti di carburante per poi non adempiere ai conseguenti obblighi di versamento. Società intestate a teste d’uovo, in gran parte albanesi.Le 5 società poi vendevano, a un prezzo ribassato grazie al mancato versamento dell’Iva, lo stesso carburante ad una società riconducibile a due degli indagati, un italiano e un albanese, la cui sede era stata formalmente stabilita in Albania ma che, di fatto, risultava gestita dal Sandonatese.

Quindi l’ultimo passaggio “cartolare”: la cessione finale di benzina e gasolio da parte della società albanese a operatori commerciali all’ingrosso e distributori stradali, a un prezzo competitivo.La società albanese compare anche in un secondo filone d’indagine. Ed è attraverso la stessa, dopo averla individuata nella prima fase dell’inchiesta, che la Finanza arriva ad un noto operatore all’ingrosso di prodotti petroliferi che faceva lo stesso.Anche lui contabilizzava false fatture per acquisti di prodotti petroliferi emesse, oltre che dalla stessa società albanese, da una “cartiera” con sede fittizia a Roma (controllata da una società di comodo con sede a Malta) e da due imprese di comodo con sede occulta in provincia di Napoli.Infine, come spesso avviene in questo genere di frodi carosello, due delle società cartiere coinvolte nel meccanismo, dopo aver movimentato ingenti volumi di prodotti, hanno fittiziamente trasferito la sede a Roma e hanno ceduto le quote societarie a prestanome dell’Est Europa che sono spariti. 

Fonte messaggeroveneto.gelocal.it

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