Il mercato del lavoro americano rallenta. E tra i settori che a luglio hanno registrato un calo dell’occupazione ci sono anche stazioni di servizio e rivenditori di carburanti, che hanno perso circa 5.000 addetti.
Un numero che merita attenzione, considerando che il comparto impiega negli Stati Uniti poco più di un milione di persone e che arriva in una fase particolarmente delicata per il mercato dei carburanti.
Il prezzo medio della benzina normale ha infatti superato i 4 dollari al gallone, mentre il diesel ha oltrepassato quota 5,34 dollari. Rincari legati alle tensioni internazionali e a una minore capacità mondiale di raffinazione.
Ma il caro carburante può davvero spiegare la perdita di posti di lavoro?
Il collegamento è possibile, ma non dimostrato. E c’è un aspetto particolarmente interessante per chi lavora nel settore: quando aumenta il prezzo alla pompa, non significa necessariamente che aumentino i guadagni dei gestori.
Una parte importante del rincaro viene infatti assorbita a monte della filiera, mentre le stazioni di servizio operano con margini contenuti sui carburanti. Negli USA, inoltre, una quota rilevante della redditività arriva dai convenience store e dai servizi collegati alla stazione.
E qui scatta un possibile effetto domino: carburanti più cari possono significare meno consumi, minore disponibilità economica per gli automobilisti e anche meno acquisti nei negozi delle stazioni di servizio.
I 5.000 posti persi non bastano quindi per parlare di crisi del settore. Ma rappresentano un segnale da osservare con attenzione.
Perché ancora una volta emerge una realtà che i gestori conoscono bene: il prezzo esposto sul totem può salire, senza che a salire siano necessariamente i margini di chi sta dietro alla pompa.






