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L’Europa si spacca sull’auto elettrica: il continente rischia di andare a due velocità.

L’auto europea va a più velocità. Non in futuro, ma già oggi. E, volendo ridurre i gap e stringere le forbici all’interno dell’Unione, certamente non è una buona notizia. In piena transizione energetica, che avrà ripercussioni importanti oltre che sul fronte economico anche su quello ambientale (e quindi sulla salute dei cittadini), è una divergenza che bisogna necessariamente evitare. Se vogliamo vivere con le stesse regole e avere tutti quanti pari opportunità. Come si può fare? Non è certo il caso di lanciare allarmi catastrofici. L’ambizioso Green Deal della Commissione verrà discusso ed approvato con il consenso di tutti. E, almeno da questo punto di vista, possiamo stare tranquilli: non ci saranno disastrose fughe in avanti. Noi italiani in particolare, possiamo dormire fra due guanciali. In questa fase, infatti, il timone di Palazzo Chigi è imbracciato da Mario Draghi, l’italiano che conosce meglio le acque agitate di Bruxelles ed ha più credito nella cabina di pilotaggio della locomotiva continentale.

Non è un segreto per nessuno che la barra ha una direzione un po’ tedesca, essendo il paese più grande, ricco ed influente della Comunità. La ricetta, tutto sommato è semplice. Le “frecce” devono rallentare, le “cicale” è il momento che si diano una svegliata. Non si può certo rinunciare per lungo tempo alle opportunità del progresso per aspettare chi non agisce quando è il momento di muoversi. Innanzi tutto c’è da tener presente un aspetto. Al di là delle dichiarazioni di facciata o di opportunità, i grandi costruttori la loro scelta l’hanno già fatta. Chi più chi meno, tutti quanti hanno posto prima del 2035 il loro target per la decarbonizzazione veicolare totale e, dopo di allora, diventerà difficile comprare vetture che nessuno produce più. Come se non bastasse, sono almeno 5 o 6 anni che hanno chiuso i rubinetti degli investimenti che contano ai poveri propulsori endotermici, tanto da apparire ora più vetusti di quanto potrebbero essere.

Veniamo ora a giustificare questo warning con i numeri reali. Non su delle previsioni che si possono verificare o meno. L’allarme arriva dalle vendite, fresche fresche, del semestre nel supermarket continentale. Prediamo in considerazione i 4 paesi più importanti (Germania, Regno Unito, Francia ed Italia), uno dei quali è fuori dall’UE (quindi non interessato al Green Deal) che da soli rappresentano ben oltre la metà delle immatricolazioni totali. Fra l’uno e l’altro le differenze sono profonde, a tripla cifra in percentuale. E, cosa ancora più curiosa, quelli che consegnano più auto con la spina sono anche coloro con il segno negativo più vigoroso sulle vendite totali. Vendite più controllate, ma “buone”, un tassello strategico per il futuro. Noi, fra i 4, siamo quelli che hanno il parco circolante più anziano e non possiamo permetterci di allagare la differenza dal punto di vista ecologico. Cosa che attualmente sta avvenendo. Altrimenti, fra qualche anno, rischiamo di trovarci con veicoli tecnologicamente datati, impossibili da vendere nel mercato dell’Unione.

Uno scenario preoccupante anche dal punto di vista economico. Insomma, sia come sia, se non vogliamo schiantarci è indispensabile riportare le differenze su valori più accettabili. Sicuramente una causa di questa fotografia è la differenza di reddito a nostro svantaggio, ma ci sono altri motivi che hanno odore di colpevolezza. Perché siamo il paese che ha una sola stazione di rifornimento di idrogeno (a Bolzano) contro le 100 della Francia e le oltre 150 della Germania? Per quale ragione da noi sono quasi inesistenti le colonnine elettriche ultrafast al di fuori delle città? Forse bisognava prevedere per tempo un piano organico di incentivazione statale. Veniamo ai numeri. Da gennaio a giugno il mercato dell’auto ha perso rispetto al 2019 (l’anno scorso era chiuso per lockdown) il 18,3% in Italia, il 20,9% in Francia, il 24,8% in Germania e il 28,3% in Gran Bretagna.

Come abbiamo detto siamo stati i più bravi, ma anche i più lamentosi perché da noi non ci sono ancora le condizioni generalizzate per poter utilizzare le auto a batterie che la domanda chiede, a costo di spendere un po’ di più. A giugno in Germania la quota di vetture altamente elettrificate (100% a batterie o plug-in) ha sfiorato il 25% (un’auto su quattro, il 12,2% full electric, l’11,4% Phev, le emissioni medie di CO2 sono diminuite della 19% rispetto a giugno 2020), in Francia è arrivata al 18,8% (quasi una su 5), in UK al 17,2% (qui il diesel è crollato ad un misero 8%). E l’Italia? Non va male. Una crescita vertiginosa del 664,9%. Ma la quota è ancora preoccupantemente bassa rispetto ai rivali: a giugno ancora meno di 1 vettura su 10 è ricaricabile, il 9,4%, siamo l’unico paese fra i “grandi” ad essere ancora in cifra singola. Non è facile ma, se non vogliamo andare in serie B, dobbiamo migliorare.

Fonte ilmessaggero.it –  Articolo di Giorgio Ursicino

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