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l “venerdì nero” del Regno Unito: stazioni di servizio chiuse, benzina razionata, code negli aeroporti.

Nel Paese, a causa di Covid e Brexit, mancano fino a 100mila autisti di tir e camion. Un grosso problema che mette a rischio le catene produttive e logistiche britanniche. Sullo sfondo, un’altra pericolosa crisi, quella del gas. E oggi a Heathrow e in altri aeroporti caos per gli “e-gates” andati in tilt.

LONDRA. Lo spettro che si aggira per il Regno Unito è quello di un Paese in panne. Perché oggi è un venerdì nero oltremanica. Alcune stazioni di servizio chiuse, benzina razionata, code ai distributori. Non solo: a Londra a Heathrow, il principale aeroporto del Paese, ma anche a Manchester e in Scozia, si sono generate lunghe file di passeggeri perché il sistema automatico degli e-gates (ossia quando si supera la frontiera semplicemente scannerizzando il passaporto biometrico) è andato in tilt per un guasto collettivo. E sullo sfondo c’è sempre la crisi del gas, che sta facendo schizzare in alto il costo delle bollette energetiche.

Il rischio di un “inverno del malcontento”

Insomma, il Regno Unito rischia quello che tutti i giornali locali già battezzano come “l’inverno del malcontento”, ossia la celebre citazione dal Riccardo III di Shakespeare e poi omonima stagione di forte tensioni sociali negli anni Settanta, quando il Paese venne travolto da scioperi e blocchi per chiedere salari maggiorati durante il fallimentare governo laburista del primo ministro James Callaghan.

Ma perché? Cosa sta accadendo adesso? Prima questione: la mancanza cronica di camionisti e autisti di mezzi pesanti. Nel Regno Unito ne servono almeno altri 100mila, secondo le stime delle categorie di settore. Ma non si trovano, per due ragioni principali: il Covid, che ha ritardato gli esami di patente di almeno 40mila autisti di tir e camion, e poi la Brexit, che ha reso la vita difficile e molto meno attraente ai camionisti europei oltremanica, tra visti e controlli. In più, la professione stessa, secondo recenti stime degli esperti, conquista sempre meno le nuove generazioni e si fa fatica a trovare giovani leve che sostituscano i lavoratori più anziani.

Tutto questo sta creando le premesse di gravi disfunzioni nelle catene produttive e di rifornimento del Regno Unito. Gli effetti già si vedono: il colosso petrolifero British Petroleum ha annunciato ieri sera il taglio del 10% della consegna di carburante alle stazioni di servizio. Non perché non ne abbia a disposizione, ma perché mancano gli autisti per trasportarlo, così come talvolta sono mancati nelle ultime settimane per smistare alimenti e altri beni nel Paese, di qui le recenti scene di scaffali vuoti nei supermercati. Dunque, per evitare problemi più pesanti, meglio razionalizzare da subito. Il governo ha cercato di calmare gli animi “niente panico, non fate scorte”. Ma diversi cittadini non ci hanno sentito.

L’esercito sui tir?

Secondo alcune stime del settore, l’esecutivo di Boris Johnson ha solo dieci giorni per trovare una soluzione a questo problema, che al momento coinvolge solo l’1% delle 8.380 stazioni di servizio britanniche. Ma bisogna agire in fretta, altrimenti potrebbe diventare sempre più complicato. La soluzione più semplice è quella di allentare le strette maglie della Brexit per la concessione dei visti agli autotrasportatori europei e offrire salari ancora più alti, per cercare di fermare la falla, anche nel medio termine. Un provvedimento che dovrebbe arrivare a breve. Nel frattempo, il ministro dei Traporti Grant Shapps, sinora uno dei più lodati nell’esecutivo, non ha escluso il ricorso all’esercito per guidare camion e tir, anche se per legge i militari britannici non potrebbero guidare mezzi “privati” durante il lavoro.

In questo scenario poco confortante, il Regno Unito ha un altro problema “energetico”: la crisi del gas. Oltremanica il costo del gas è cresciuto negli ultimi mesi in maniera esponenziale: +324% rispetto a settembre 2020, e +70% rispetto a un mese fa. Dati che potrebbero far sprofondare il Regno Unito in una grossa crisi con l’arrivo dell’inverno, dal momento che si tradurrebbero immediatamente in bollette molto più costose per i cittadini, scatenando il caos. Una decina di fornitori e compagnie elettriche nel Paese, difatti, sono già a rischio bancarotta e hanno chiesto aiuto al governo, anche perché in teoria non potrebbero aumentare alle famiglie il prezzo del gas stabilito nel contratto, e per rimbalzo dell’elettricità in generale, che nel Regno Unito ha un limite fissato per legge. Inoltre, le compagnie energetiche più grandi e solide, anche loro fortemente preoccupate dagli scenari che si stanno delineando, non vogliono imbarcare nuovi clienti in questa crisi.

I quattro motivi della crisi del gas

Ma come si è arrivati anche a questa “crisi del gas”? Ci sono varie ragioni. La prima: l’uscita di buona parte del mondo dal lockdown e il massiccio ritorno alla “normalità” ha creato una impennata di domanda di energia e gas difficile da soddisfare. Secondo, ed è l’ennesimo aspetto preoccupante di questa vicenda: l’energia pulita, soprattutto quella del vento, negli ultimi mesi ha prodotto meno di quanto ci si aspettasse oltremanica a causa di un meteo più benevolo del previsto, rendendo la coperta ancora più corta. Terzo: le contemporanee necessità di aumentare l’energia pulita e quindi il ricorso sempre minore a centrali inquinanti. Quarto: come per il carburante, l’altrettanto contemporanea crisi della disponibilità di camionisti e autotrasportatori. A cui bisogna porre rimedio il prima possibile. Prima che arrivi “l’inverno del malcontento”. 

Fonte repubblica.it – Articolo di Antonello Guerrera

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