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ELEZIONI: SERVE SENSO DI REALISMO PER UN OGGI DIFFICILE

L’estate italiana sarà caratterizzata dalla campagna elettorale per il rinnovo della Camera e del Senato, dalla quale dovranno uscire i numeri (o se, come in un recente passato, i numeri saranno dubbi, le alchimie delle possibili alleanze) per dare vita ad un nuovo Governo  che dovrà guidare il Paese in un contesto purtroppo difficile su tutti i piani economici, sociali, energetici e di scenario internazionale.

Ciò che ci si può augurare, per il bene della gente e del Paese, è che, più che utilizzare le criticità per mero calcolo di guadagno di consensi, ovvero ricorrere a promesse difficilmente compatibili con il quadro macroeconomico, le forze politiche impegnate in questa campagna, breve e forse “distratta” nell’opinione pubblica dalla pausa estiva, si sforzino a ragionare in termini realistici, concreti e non ideologici, a come affrontare un presente caratterizzato da una difficoltà generale non dissipabile a breve.

Sul contesto energetico, Staffetta Petrolifera assai opportunamente ha fatto notare che se <<alle elezioni politiche del 2018, sui temi energetici si presentò il “partito del 2050”: tutti i candidati lanciarono la palla avanti, all’obiettivo dell’azzeramento delle emissioni a metà del secolo …. in questa campagna elettorale, al “partito del 2050” dovrebbe sostituirsi il “partito del frattempo”>>.

Cos’è il “frattempo”? Le domande di Staffetta sono dirette ed essenziali, ad esempio: <<sarà prorogato il taglio degli oneri di sistema? Sarà reso strutturale? Con quali coperture (debito o altre poste)? E il taglio delle accise, con i prezzi dei carburanti in calo? Si forzerà la mano sui rigassificatori galleggianti? Si proseguirà con la diversificazione degli approvvigionamenti di gas? Sulle rinnovabili: quale sarà la strada per accelerare? Si massimizzerà la produzione nazionale di gas? Quali strumenti, quali fondi saranno utilizzati per la riconversione dei settori (in testa auto e raffinazione) in prima linea nella transizione?>>.

A queste domande è indispensabile dare delle risposte, concretizzare azioni di governo che si confrontino con il “giorno per giorno”, senza, beninteso, assolutamente perdere di vista l’obiettivo di una transizione possibile e davvero perseguibile, che abbandoni le suggestioni pregiudiziali ed abbia contezza del rispetto e della inclusività sociale e del lavoro, rafforzando anche in questa direzione il ruolo del Paese nel contesto dell’Unione Europea, nell’ambito della quale si tratta di far maturare senza contrapposizioni un realismo più virtuoso delle semplici fughe ideologiche.

Per fare un esempio forse eccessivo, quando – anche se ai tempi non vi era coscienza di una emergenza climatica – cominciò l’elettrificazione di massa nella produzione e nelle case, il primo provvedimento dei governi, diversamente dai tempi attuali, non fu quello di abolire l’uso delle candele, o delle lampade a gas, e di chiudere le industrie che le producevano.

Ciò che sta avvenendo da anni, invece, è che, una volta individuato l’obiettivo cui si tende, tutto ciò che riguarda il “prima” di quando l’obiettivo si realizzerà per solo mero effetto dei decisori  (“volere è potere”) finisce per diventare qualcosa di obsoleto, inutile, di cui meno si parla e di cui meno si fa e meglio è.

In questa logica è inevitabile che non ci si preoccupi più di garantirsi un’autonomia energetica derivante da fonti “scorrette” e si finisca per dipendere – lasciando andare in perenzione i propri apparati industriali come ad esempio la raffinazione in Italia – da chi non mette in cima alle proprie priorità la tutela dell’ambiente, e/o da chi, in un mondo ormai interamente globalizzato ed interdipendente (e perciò stesso insieme più forte, ma anche più debole, meno resiliente ai “cigni neri”) non esita neppure a sparigliare con spregiudicatezza le presunte certezze economiche, geopolitiche od energetiche dei “buoni”. Quanto accaduto con la ripresa, dopo la fase pandemica, sul fronte delle materie prime, dell’energia, e persino dell’integrità degli Stati, è un ammonimento evidente.

E per quanto ormai si pensasse di avere imboccato la via per un futuro virtuoso, di doversi occupare solo di condividere fruttuosamente gli obiettivi e gli strumenti comunitari, finendo per sempre di doversi occupare di temi marginali e a malapena “tollerati” (che fine farà la raffinazione, che fine farà la rete distributiva, solo per esemplificare sul comparto petrolifero), ci si è trovati, per contro, proprio a subire l’ondata dei costi dell’energia, a tagliare le accise e gli oneri di sistema, a vivere nell’incertezza sulla disponibilità dei prodotti, a gestire politiche di sanzioni internazionali che mettevano in crisi non già la propria indipendenza, ma, ahinoi, la dipendenza energetica, ecc.

Quanto dura? Difficile dirlo, in un quadro inoltre in cui si sommano un’inflazione “cattiva”, determinata esattamente  dal caro energia, e lo spettro di una nuova recessione economica.

Ce n’è ben donde perché sia veramente il caso, in questa campagna elettorale, di parlare di contenuti veri, realistici e perseguibili, per l’oggi e l’immediato domani, e men che mai di guerre sante per chi “deve” vincere e per chi “deve” perdere. Non serve ancor più “ideologia”, ce n’è stata già fin troppa.

Fonte figisc.it

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