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Dal 2035 solo auto elettriche. Che fine faranno le altre? Cosa comprare oggi?

La Commissione Europea prevede lo stop totale alla costruzione di nuovi modelli benzina o Diesel. I concessionari: «Follia collettiva, i consumatori ci rimetteranno»

L’immenso Flaiano direbbe che la situazione è grave ma non seria. In un mercato già alle prese con i problemi post-pandemici e i legittimi dubbi su quale auto comprare, ecco piombare la bomba H: il maxi piano denominato Fit For 55, studiato dalla Commissione Europea, prevede l’uscita dal mercato di tutte le auto con emissioni di CO2 allo scarico: quindi anche le auto a metano o Gpl, le ibride e ibride plug-in che al momento sono considerate più ecologiche (e lo sono) delle vetture a benzina o diesel. Insomma, nel 2035, chi desiderasse acquistare un nuovo modello, lo troverà solo a propulsione elettrica o a idrogeno. Importante: siamo a livello di proposta e soprattutto non è stato minimamente affrontato – era prevedibile – il problema dell’utilizzo delle vecchie auto. Domande banali: chi acquisterà un’ibrida nel 2034 rischia di avere limitazioni dal primo gennaio 2035? O ancora più semplicemente, chi intende tenersi la propria vettura benzina o diesel, con tanti anni di servizio, verrà «eliminato» dalla strada?

Tra dubbi e annunci Improbabile, come è vero che mancano 14 anni allo stop auspicato in sede comunitaria. Non una vita, ma nemmeno pochi. È evidente che l’annuncio ha aumentato il disorientamento tra gli addetti ai lavori – a partire dalle associazioni di categoria – e soprattutto tra i consumatori. Già da tempo alle prese con legittimi dubbi su quale auto comprare. Elettrica? Ottima idea, ma come la mettiamo con la scarsità di colonnine in Italia e un’autonomia ancora limitata se si esce dalle città? Le ibride? Benissimo, stanno andando fortissimo sul mercato ma ora si scopre che in un futuro non verrebbero considerata «ecologiche» quanto lo sono (in parte) adesso. Benzina e diesel? Al di là che si rischia di passare per inquinatori cronici e il carburante è carissimo, facilmente da qui al 2035 (ma anche prima) finiranno fuori gioco in un sacco di situazioni, urbane in primis. Aggiungiamo che dalle Case arrivano segnali evidenti: Audi lancerà esclusivamente nuovi modelli elettrici dal 2026 e smetterà di produrre auto con motori a combustione tradizionale entro il 2033, Volvo avrà un’offerta esclusivamente elettrica dopo il 2025, Mini sarà completamente a zero emissioni entro i primi anni del 2030 mentre la capogruppo Bmw si accontenta di sperare in un 50% di elettrificato entro la stessa scadenza. Come Mercedes-Benz per la cronaca.

Vanini: «Più costi per i consumatori» Non è un caso che le Case generaliste abbiano una visione non esattamente in linea: per esempio Volkswagen prevede nel 2030 una quota di veicoli elettrici a batteria pari al 50%, mentre nel 2040 quasi l’intera quota di nuovi veicoli del Gruppo, nei principali mercati, dovrebbe essere a zero emissioni. E ancora, al più tardi entro il 2050, intende operare a impatto neutrale sul clima. Tempi ben più lunghi, insomma, di quanto auspicato in sede comunitaria. «È una follia collettiva, la politica ha capito che giocare sulla sostenibilità ambientale ripaga in termini di consensi e l’industria continua a dire di sì senza rendersi conto che andremo a sbattere contro un muro — attacca Plinio Vanini, presidente del Gruppo Autotorino che nelle sue concessionarie vende auto di dodici brand —. Mi pongo delle domande: siamo consapevoli del cambiamento che imporranno scelte del genere, a livello produttivo e distributivo? Saremo in grado di gestirli, senza subire danni molto pesanti? Per me no, e sono pronto a scommettere che saranno proprio i consumatori a pagare i costi maggiori, perchè il cambio di direzione porterà inevitabilmente a far spendere di più per avere e gestire un’auto».

Crisci: «Vediamo come evolverà la normativa» Più attendista, anche per il suo ruolo istituzionale è Michele Crisci, presidente dell’Unrae, l’associazione che raggruppa le Case importatrici. «Penso sia giusto attendere gli sviluppi della proposta che evidentemente prosegue una rotta già intrapresa da anni e che i costruttori stanno sviluppando con sensibilità diverse. Ma siamo lontani dal capire cosa succederà prima del 2035, quale sarà il destino dell’usato non solo termico, cosa succederà per le vetture ibride che sicuramente arriveranno a quote di vendita mai viste. Capisco il disorientamento del consumatore leggendo notizie del genere, ecco perché insisto nel credere che solo una strettissima collaborazione tra le Case e i Governi possa portare a una transizione corretta, a vantaggio dell’ambiente e senza creare danni economici. Quindi, aspettiamo il testo finale ma iniziamo subito a lavorare, insieme, senza aspettare l’ultimo anno prima del cambiamento. Senza una strategia lucida su incentivazioni al passaggio, l’aumento sistematico del numero di colonnine, delle normative chiare e durevoli, l’obiettivo è comunque irrangiungibile».

Quagliano: «Una proposta velleitaria»«In un momento del genere, basta poco a complicare ulteriormente il mercato. Il primo pensiero è che la proposta europea sia velleitaria e non tenga conto di quanto avviene nel resto del mondo, finendo per penalizzare l’automotive occidentale. E mi preoccupa dell’impatto che gli enormi investimenti richiesti possano avere sul fronte occupazionale, con lo scontato ribaltamento del costo sull’utente finale — spiega Gian Primo Quagliano, presidente di Econometrica e Centro Studi Promotor — poi è evidente che il vero cambiamento può avvenire solo sostenendo la domanda, soprattutto in anni dove la necessità dell’auto è scesa anche per colpa dello smart working, e si rimanda l’acquisto pur avendone le possibilità. Non credo sia scesa la passione, semmai la possibilità di utilizzo. In ogni caso, non drammatizzerei la proposta: a fronte dei nuovi modelli a emissioni zero, continueranno a circolare milioni di auto ibride e termiche magari con delle limitazioni ma non potranno sparire di scena improvvisamente. La gente per scegliere di passare alle auto elettriche ha bisogno di toccare con mano la crescita delle infrastrutture: sin quando in Italia non ci saranno 4 milioni di punti di ricarica, non avremo uno sviluppo reale»

Fonte motori.corriere.it – Articolo di Maurizio Bertera

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